scene Roberto Crea
costumi Chiara Donato
musiche Matteo D’amico
light designer Francesco Grieco
Nel novembre del 1973 Eduardo riprese al San Ferdinando “Il sindaco del Rione Sanità”.
Chiariamo subito che la camorra con “Il sindaco del rione Sanità” non c’entra nulla. Antonio Barracano è un uomo d’onore che per buona parte della sua vita si era dedicato a comporre dissidi, amministrando una forma di giustizia alternativa a quella dello Stato, uno Stato che condannava gli innocenti e spesso non aveva pietà. Il suo personaggio era ispirato a un uomo realmente esistito: si chiamava Campoluongo. Ma lasciamo parlare Eduardo: “Questi Campoluongo non facevano la camorra, erano mobilieri. Lui veniva sempre a tutte le mie prime, si sedeva restando in silenzio, beveva con me un caffè, mi salutava sempre rispettosamente e poi se ne andava”. Il nodo della commedia è che Antonio Barracano difende i più deboli perché “la legge non ammette ignoranza. E allora non ammette tre quarti di popolazione”. Commedia simbolica, politica, quasi didattica, ma che a mio avviso pretende di essere affrontata di petto, affondando le mani nel male, nella sofferenza e, a volte, nel sangue. Ma commedia non tragedia: in essa sono presenti alcune delle più belle battute dell’Autore, ad esempio, rivolto ad Arturo Santaniello: “Vuie tenite nu difetto… me site antipatico!” Avrò al mio fianco un grande attore come Pino Micol nel ruolo del medico, Pasquale Della Ragione, e un compagno di scena a cui sono molto legato, Ciro Capano, che interpreterà Arturo Santaniello, l’uomo che il destino mette di fronte a Barracano. Con loro un gruppo di bravissimi attori napoletani. Non è vero che “non ne nascono più”, ce ne sono tanti, solo che bisogna non essere miopi e saperne esaltare le qualità. E in questa avventura mi sostiene ancora una volta il Teatro Nazionale di Napoli, guidato con grande talento da Roberto Andò affiancato dal direttore organizzativo Mimmo Basso.
C’è in questa commedia la più bella uscita di scena di un personaggio eduardiano: a Vicienzo ‘o Cuozzo che implorando perdono gli chiede la mano, Eduardo-Barracano risponde, mentre come in una tragedia greca va a morire fuori scena, “No, ‘a mano no”.
Da 52 anni quella battuta aumenta i battiti del mio cuore e mi ricorda che cos’è “Il Grande Teatro”.
Geppy Gleijeses